François Truffaut, con accanto Jean Cocteau, Edward G. Robinson e Jean-Pierre Léaud. Nel 1959 all'epoca de I quattrocento colpi.

martedì 14 settembre 2010

Architetture della Visione




Complicare è facile, semplificare è difficile. Per complicare basta aggiungere, tutto quello che si vuole: colori, forme, azioni, decorazioni, personaggi, ambienti pieni di cose. Togliere invece che aggiungere potrebbe essere la regola anche…per la comunicazione visiva…a quattro dimensioni come il cinema.
Togliere invece che aggiungere vuol dire riconoscere l’essenza delle cose e comunicarle nella loro essenzialità (Michelangelo Antonioni).

domenica 12 settembre 2010

Falling angel


Angel Heart è un film del 1987 diretto da Alan Parker liberamente tratto dal romanzo "Falling angel" di William Hjortsberg del 1978.
New Orleans, anni cinquanta. Il detective Harry Angel viene incaricato di indagare sulla scomparsa misteriosa di Johnny Favorite, un ex cantante rimasto sfigurato in guerra. L’incarico gli viene affidato da un tal Louis Cypher (Lucifero).
La trama (e la trovata narrativa) si snoda attorno a un uomo. Un uomo che indaga su un (altro) uomo e che (per questo) ricerca se stesso.
Nonostante il processo di rimozione, irrompono lampi nello svolgimento degli eventi, come presa di coscienza che interviene durante quel meccanismo psichico che allontana dalla coscienza elementi considerati insopportabili dall’io e la cui presenza provocherebbe dolore.
Agli elementi narrativi utilizzati (per es. l’uovo e l’anima; il bene e il male; la discesa di un ascensore) si intrecciano molteplici elementi figurativi e propriamente semantici.
Aria calda: ventole; Acqua: pioggia, acqua che bagna il corpo di una donna, acqua della pioggia che bagna le pareti e diventa sangue; Specchio rotto; Una donna vestita di nero che pulisce le pareti di una stanza sporche di sangue.
Il montaggio utilizzato è quello connotativo (semantico). La costruzione di senso poggia infatti sul conflitto, ovvero sulla collisione tra due o più inquadrature che si trovano l’una accanto all’altra.
Solo alla fine il detective scoprirà l'orribile verità che riguarda Favorite; egli stesso è in realtà Johnny Favorite, un artista che aveva venduto l'anima al diavolo per ottenere il successo. Una volta ottenute fama e gloria aveva tentato di rompere il patto con Satana attraverso un rito magico, nel quale aveva sacrificato Harry Angel, un reduce della guerra, impossessandosi della sua identità.
Ne vale opporre “io so chi sono” per resistere all’ineluttabile fine (discesa verso l’inferno) del protagonista.

sabato 31 luglio 2010

lola corre



La colonna sonora, costituita per lo più da materiale non diegetico e dunque esterno al film, svolge nel particolare le funzioni di spiegazione, caratterizzazione, descrizione.
Michel Chion nell'opera “Le son au cinèma” ribadisce come il suono filmico non può essere un suono in se stesso, ma è sempre il veicolo del senso o l’indizio di una fonte.

giovedì 1 luglio 2010

tesi & antitesi

Antichrist è un film del 2009 scritto e diretto da Lars von Trier. Il film, interpretato da Willem Dafoe e Charlotte Gainsbourg, è valso il premio di migliore attrice al Festival di Cannes all’interprete francese.

Il film, seppur suggestivo, lascia il passo alla indiscussa ed innovativa tecnica cinematografica mostrata per molti anni dal regista danese. La tecnica, la narrazione ed una recitazione dei due protagonisti enfatica e sempre sull’orlo di una crisi di nervi, nonchè una prolissità e ridondanza estetica a volte irritanti, sono indici ben lontani dallo stile asciutto, essenziale e quasi documentaristico di Lars von Trier ai tempi di Dogma 95. Basti pensare alle pellicole The Kingdom (1994), Le onde del destino (1996), Idioti (1998), Dancer in the Dark (2000).

Il film inizia con una sorta di patinato prologo stile videoclip dove due corpi, accompagnati dalle note e dai versi di un’aria di Handel: “Lascia ch’io pianga / mia cruda sorte / e che sospiri la libertà”, sono rappresentati in bianco e nero e con effetto rallenty. I corpi dell’uomo e della donna si stringono in un amplesso animalesco, le loro braccia sfiorano la pelle sudata tra le lenzuola, mentre in un altro ambiente, o forse lo stesso, un bambino (loro figlio) esce dal suo box, sale sul davanzale della finestra, respira il freddo dell’inverno, ma infine, mentre fuori cade una neve bianca e soffice, cade anche lui e muore.

Da questo momento la coppia di coniugi, che decide di trasferirsi in una località isolata per ri.elaborare il lutto e ri.costruire il proprio rapporto, ben presto si troverà ad affrontare, oltre che la propria consistenza psicologica, qualcosa di maligno che li trascinerà in un incubo infernale…



DOGMA 95

"Io giuro di sottostare al seguente elenco di regole elaborate e confermate dal DOGMA 95":

Le riprese vanno girate sulle location. Non devono essere portate scenografie ed oggetti di scena (Se esistono delle necessità specifiche per la storia, va scelta una location adeguata alle esigenze).

Il suono non deve mai essere prodotto a parte dalle immagini e viceversa. (La musica non deve essere usata a meno che non sia presente quando il film venga girato).

La macchina da presa deve essere portata a mano. Ogni movimento o immobilità ottenibile con le riprese a mano è permesso. (Il film non deve svolgersi davanti alla macchina da presa; le riprese devono essere girate dove il film si svolge).

Il film deve essere a colori. Luci speciali non sono permesse. (Se c'è troppa poca luce per l'esposizione della scena, la scena va tagliata o si può fissare una sola luce alla telecamera stessa).

Lavori ottici e filtri non sono permessi.

Il film non deve contenere azione superficiale. (Omicidi, armi, etc. non devono accadere).

L'alienazione temporale e geografica non è permessa. (Questo per dire che il film ha luogo qui ed ora).

Non sono accettabili film di genere.

L'opera finale va trasferita su pellicola Academy 35mm, con il formato 4:3, non widescreen. (Originariamente si richiedeva di girare direttamente in Academy 35mm, ma la regola è stata cambiata per facilitare le produzioni a basso costo).

Il regista non deve essere accreditato.

Inoltre giuro come regista di astenermi dal gusto personale! Non sono più un'artista. Giuro di astenermi dal creare un "lavoro", perché considero l'istante più importante del complesso. Il mio obiettivo supremo è di trarre fuori la verità dai miei personaggi e dalle mie ambientazioni. Io giuro di far ciò con tutti i mezzi possibili ed al costo di ogni buon gusto ed ogni considerazione estetica. Così io esprimo il mio VOTO DI CASTITÀ."

Copenaghen, lunedì 13 marzo 1995
A nome del DOGMA 95
Lars von Trier, Thomas Vinterberg

lunedì 21 giugno 2010

La marcia nuziale

Si tratta di un film a episodi di Marco Ferreri del 1965 con interprete principale Ugo Tognazzi.
I quattro episodi che compongono il film (Prime nozze, Il dovere coniugale, Igiene coniugale, La famiglia felice) hanno per tema la crisi dell'istituzione matrimoniale nella società contemporanea.

L’approccio alla tematica trattata è tradizionale ed al tempo stesso attuale. Si potrebbe dire per l’epoca in cui è stato realizzato è un film sperimentale, più che per il linguaggio utilizzato per le soluzioni narrative sviluppate a livello di sceneggiatura. L’uomo che crea l’istituzione del matrimonio ne determina la sua intima contraddizione. Si cerca la stabilità nel legame di coppia ma insieme si vive nella ricerca costante dell'altro e del diverso, avvinti dalle proprie pulsioni e dai propri istinti.

In “Prime nozze” due coppie dell'alta borghesia 'combinano' le nozze tra i rispettivi cani di razza. Dopo un lungo fidanzamento (durante il quale la cagnetta è costretta a indossare un paio di mutande), il matrimonio viene effettivamente celebrato presso il notaio e consumato nello studio del veterinario (che ha predisposto una camera nuziale).

Ne “il dovere coniugale” un padre di famiglia, dopo avere messo a letto il figlio, cerca invano di avere un rapporto con la moglie, ma questa, dopo un tira e molla ridicolo, riesce ad addormentarlo.

L'episodio “Igiene coniugale” è ambientato a New York. Frank partecipa con la moglie a una sorta di terapia di gruppo con altre coppie sposate, tra cui un sacerdote che ribadisce più volte la necessità di avere una vita sessuale fantasiosa per "salvare il matrimonio". Dapprima imbarazzato, Frank finirà per consumare un adulterio con la padrona di casa.

L’ultimo episodio dal titolo “La famiglia felice” è ambientato in un futuro prossimo (circa il 1990). L'istituzione matrimoniale è stata salvata grazie all'invenzione di automi che sostituiscono mogli, mariti e figli. Il protagonista vive felice su un'isola (sembrerebbe Giannutri) con la sua moglie-manichino, finché l'arrivo di un uomo più giovane, 'sposato' con un modello più avanzato di manichino, non lo mette in crisi. Dopo aver pregato invano il giovane di prestargli la moglie, il protagonista si ritira sconfortato in una grotta, dove racconta la sua delusione alla moglie-automa, che si mette a piangere.

Viene da chiedersi come mai il cinema contemporaneo non sia in grado di sfornare prodotti innovativi come negli anni ’60?

lunedì 14 giugno 2010

Ju-on (呪怨, Juon). The Grudge. Rancore.

"Quando qualcuno muore in preda a una grande rabbia, ne nasce una maledizione. Tale maledizione si concentra nel luogo della morte. Tutti coloro che entreranno in contatto con essa verranno consumati dalla sua furia"

domenica 13 giugno 2010

Io la conoscevo bene



Adriana è una giovane ragazza fuggita dalla provincia di Pistoia per tentare di costruirsi una vita più ricca ed emozionante a Roma.

La sua imprudente ed anarchica curiosità giovanile mista ad una sorta di imponderabile accettazione passiva dell’esistente, la spingono indolentemente a svolgere i mestieri più diversi, dalla manicure in un piccolo parrucchiere di periferia alla maschera anonima e sognante di un cinema, spingendola a vivere amori e relazioni apparenti e superficiali con uomini distanti ed avulsi dalla sua maliziosa e spesso ingestibile voglia di ricerca e sperimentazione.

Forse è proprio l’incoerente leggerezza di Adriana ad impedirle di vivere delle relazioni stabili e costruttive, ad affrontare concretamente, al di là delle sue astratte fantasie giovanili dettate dal suo radicale infantilismo, rapporti maturi a contatto con le necessità del presente.

Per Ettore Scola (co-sceneggiatore del film assieme a Maccari e allo stesso Pietrangeli), il bersaglio polemico non deve essere focalizzato sulla figura inconsistente ed irresponsabile di Adriana, nella sua cronica inabilità a determinare fino in fondo il proprio destino, di vegetare in un mondo ovattato di inesistente e fatto di illusioni e speranze vane, ma viceversa sugli uomini che la circondano e la desiderano.

Questo slittamento è importante, perché fa emergere la polifonia dei soggetti in campo, la coralità narrativa che si scompone in personaggi solo apparentemente secondari e tangenziali, ma in realtà decisivi per la chiara interpretazione dell’intero sviluppo filmico.

Dunque sono proprio gli uomini che desiderano e circuiscono Adriana, che esprimono il loro essere “senza spina dorsale”, elementi vuoti ed anonimi di un ingranaggio anch’esso silenzioso e massificante, che livella ed uccide ogni slancio progressivo e qualitativo che ammorba ogni slancio verso la trasformazione. Esempi di una società retta sull’apparenza dei luoghi comuni, su maschere sempre verdi come il formalismo e l’abitudine.

In tale prospettiva sono i personaggi maschili (che non possono – né vogliono – comprendere la complessa problematicità di Adriana), ad attribuire un ulteriore rilievo all’idea cardine di tutta l’opera di Pietrangeli, rappresentare il vecchio che fa violenza al nuovo, il passato che bussa con insistente violenza alle porte del futuro, ma al tempo stesso mostrarne, in modo attuale, l’intima contraddizione.

Così lo sguardo di Pietrangeli sulla figura instabile ed evanescente di una ragazza di provincia in cerca di fortuna si trasforma come sguardo su una società che sta cambiando. Allora, come oggi, la funzione sociale determina e ri-definisce il ruolo dei protagonisti della storia umana.

Dunque non è Adriana che non è in grado di relazionarsi concretamente agli uomini che ha intorno, a ciò che la circonda, ma è esattamente in contrario.

Ma ciò non toglie che l’abilità, spesso disarmante, di Adriana nel passare da un amante ad un altro come da un lavoro ad un altro, riproduca meccanicamente una condizione inesorabile, senza speranza né via di uscita, lasciandosi perciò trascinare nella corrente degli eventi, prospettando una dimensione umana ingenuamente indifferente sia al dramma della vita che alla scelta di una morte prematura.

Si potrebbe dire un infantilismo come stasi.

Nel buttarsi nel mondo della moda e del cinema, partecipando come comparsa ad una festa organizzata per consegnare un premio ad un grande attore (in cui aleggia quel cinismo grottesco e malinconico degli intellettuali falliti in cerca di identità de La terrazza di Scola), Adriana scopre finalmente la tragica dualità della vita, nel trovarsi in un istante sull’altare e l’istante dopo nel baratro dell’anonimato e della derisione.

Ed è proprio vivere un’esistenza totalizzante, per certi versi assoluta, libera cioè da vincoli e da precise responsabilità sociali e per questo annichilente, ibrida ed indecifrabile, che spinge Adriana, dopo una serata sfrenata passata a bere a ballare, al suicidio, anch’esso non preventivato né calcolato, ma presente fin dalle prime battute nell’intenzione della giovane. Come se tutto ciò che fa lo facesse con l’intima speranza della morte, di una fine che dia significato ed identità alla propria esistenza.

Si tratta di un finale “aperto”, in questo senso pienamente democratico (che già all’epoca suscitò polemiche e dibattiti), in cui ognuno può ritrovare la cifra di una storia di non facile declinazione.

Ci troviamo ancora una volta di fronte, nel cinema di Pietrangeli, ad una donna che ripudia i propri sogni per via di una società che la rifiuta e la respinge come elemento di disturbo ed innovazione, come voglia di essere – fino in fondo – quello che è senza compromessi.

La morte che chiude in un’unica soluzione l’esperienza della giovane protagonista e la fine del film (secondo una trovata che circa dieci anni dopo sarà ripresa – solo per certi aspetti – da Michelangelo Antonioni in Professione reporter) costituisce un espediente semiotico capace di produrre senso, al di là della semplice allegoria fallimento=fine=morte.

La potenza significante dell’inquadratura finale della m.d.p. che raggiunge in verticale l’asfalto del suolo riguarda non solo la vicenda umana di Adriana ma anche e più complessivamente l’andamento di una società, ancora legata alle strutture del passato, che è proiettata verso l’ignoto sviluppo del futuro.

È forse proprio nell’estremo e coraggioso atto finale del suicidio che la protagonista si emancipa dalle sue incapacità e dalla società, rimandando ad essa quelle responsabilità che superficialmente (la stessa società) aveva omesso di apprestare nei confronti del nuovo.

Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli (1965), con: Stefania Sandrelli, Nino Manfredi, Ugo Tognazzi, Franco Fabrizi, Turi Ferro, Franco Nero, Jean-Claude Brialy, Mario Adorf, Enrico Maria Salerno, Solvi Stubing. Fotografia: Armando Nannuzzi. Montaggio: Franco Fraticelli. Musiche: Piero Piccioni.